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lunedì 22 novembre 2010

Germano Reale

 Le sponde del nostro fiume paesano sono abitate da tanti pennuti, non sempre, purtroppo, amati dai nostri concittadini che li ritengono sono "fonte di sporco". Il germano è una delle specie più diffuse.

Il Germano reale è l'anatra più comune, più amata e purtroppo più cacciata in tutto il mondo. Originaria dell'Emisfero Nord (Eurasia), si trova un po' ovunque si trovino specchi d'acqua ma è quasi sconosciuta in Sardegna e in Spagna; raramente si rinviene al disotto della Corsica ed il mediterraneo sembra essere il limite a sud del suo habitat.
Il maschio presenta la testa verde con riflessi metallici verdi, un collare bianco e il collo, fino a buona parte del petto, bruno rossiccio. I fianchi sono grigio perla e il ventre è bianco. Il sottocoda è nero e la coda bianca con copertura nero-verdastra (quattro penne della coda sono arricciate). Il dorso è grigio-bruno e le ali grigio scuro con un'evidente banda verde-blu. Il becco è giallo-verdognolo, le zampe rosso-arancione e l'occhio bruno.  La femmina è di colore bruno-grigio  variegato uniforme; ha la banda verde-blu sulle ali. Il piumaggio è a fondo nocciola. Il becco è di colore ardesia. Gli arti sono di colore rosso-arancione.
Gli esemplari giovani sono molto simili alle femmine.


 La taglia varia da 41 a 66 cm,  il peso medio del maschio corrisponde a circa  1 kg mentre la femmina è generalmente più leggera.
Praticamente onnivoro, il germano reale si ciba di tutto ciò che riesce a trovare immergendo il becco sott'acqua o razzolando sul terreno. E' poco chiassoso: il suono del maschio è più debole di quello della femmina. Le coppie si formano nel tardo autunno e si riproducono nella primavera successiva. Le femmine depongono da 9 a 15 uova di colore tendente al verde in nidi nascosti in anfratti del terreno e al coperto, tra rocce o cespugli. Le femmine sono dotate di spiccato senso materno.


Con mio marito abbiamo spesso notato che i alcuni grevigiani talvolta gettano un po' di cibo alle anatre della Greve, spesso però sporcando davvero gli argini del fiume e dando giustamente adito a polemiche e recriminazioni. Cerchiamo, quindi, di cibare questi animali ma con del buon senso: è inutile gettare sacchetti in plastica pieni di pane e chiusi...le papere non sanno aprirli e i sacchetti rimangono lì. Dedichiamo un po' più di tempo a questa operazione e gettiamo il cibo direttamente nell'acqua, spezzettato e nella giusta quantità...vedrete che le papere accorreranno e non lasceranno nessun segno del nostro passaggio (hanno sempre una fame da lupi!).

Buona giornata a tutti!
Eleonora

lunedì 15 novembre 2010

Le migrazioni degli uccelli

  Le migrazioni degli uccelli costituiscono uno dei fenomeni più affascinanti e misteriosi del mondo naturale. Nate probabilmente in conseguenza dei profondi mutamenti climatici ed ambientali del Cretaceo, le migrazioni hanno da sempre affascinato il genere umano, che si è a lungo interrogato sulle repentine apparizioni e sparizioni di molte specie di uccelli, a volte proponendo spiegazioni che oggi sappiamo essere del tutto erronee: ancora nel XVIII secolo il grande Linneo credeva che in autunno le rondini si immergessero nelle paludi gelate, da dove riaffioravano in primavera in forma di anfibi . La teoria della trasmutazione delle specie che trova origine addirittura nel pensiero di Aristotele (IV sec. a.C.), forse il primo a riportare considerazioni sulle migrazioni degli uccelli nel suo “Historia animalium”; egli fu seguito in questo studio nei secoli successivi da personalità come Plinio il Vecchio od il naturalista francese Buffon (XVII sec.) e sino ai giorni nostri, dove le migrazioni sono tuttora oggetto di centinaia di articoli e studi scientifici ogni anno. Eppure, dopo tanti anni di ricerche e nonostante gli indubbi progressi conoscitivi su questo fenomeno, sono ancora molte le domande che non hanno ancora ottenuto piena risposta.
È stato accertato che non tutte le specie di uccelli migrano, ma la maggioranza di essi compie comunque spostamenti più o meno lunghi, per poter raggiungere l'obiettivo finale, cioè la sopravvivenza. Infatti le variazioni climatiche stagionali ed ambientali si traducono, in buona parte delle aree del pianeta, in carenza di cibo e in situazioni sempre più difficili (freddo, terreno innevato, assenza di vegetazione, meno disponibilità di luce) per poterlo reperire. Ecco allora la convenienza a spostarsi, proprio come fanno peraltro anche moltissime altre specie di animali: dalle farfalle Monarca, alle balene, sino a gnu e bisonti.
Per alcune specie ornitiche (per esempio quelle alpine come il Picchio muraiolo o la Cincia dal ciuffo) ciò significherà compiere movimenti altitudinali, scendendo dalle alte quote verso le zone più confortevoli di fondo valle. Ma per molte altre migrare vorrà dire compiere pericolosi viaggi di migliaia di chilometri, che in alcuni casi potranno anche durare mesi, attraverso deserti, mari e montagne, sfidando le mille insidie della natura e dell'uomo.



Tra gli uccelli la migrazione più lunga conosciuta è quella della Sterna artica, che dalle falesie e spiagge dei mari del Nord, raggiunge addirittura l’Antartide (Polo Sud), dopo un viaggio medio di oltre 17.000 Km.! Ma anche la piccola Cannaiola verdognola vola dall'Europa al Sud Africa, o il Falco della Regina, che arriva sino al Madagascar.


Per compiere questi viaggi gli uccelli si attrezzano con sofisticati adattamenti fisiologici e strategie comportamentali. In particolare intensificano l'attività trofica, integrata da cibi ricchi zuccheri e modificano il metabolismo aumentando la sintesi dei lipidi. Tutto ciò permette un rapido accumulo di grasso che in alcuni casi (es. Beccafico) si manifesta con un aumento di peso anche del 70-80%.


Al pieno di benzina si affianca poi la revisione della macchina. Ovvero nelle settimane che precedono la partenza la maggior parte degli uccelli migratori rinnova il proprio piumaggio attraverso la muta, totale o parziale e con diverse varianti, in modo da aumentare l'efficienza del volo e quindi risparmiare energia. Le fasi di preparazione, che si manifestano spesso attraverso una progressiva inquietudine, e soprattutto il momento della partenza sono regolati da una sorta di complesso “orologio biologico interno” di tipo ormonale e neuronale che a sua volta risente del fotoperiodo, delle temperature esterne e di altri fattori ambientali.
Per molti aspetti la migrazione è una gara contro il tempo: per accumulare energie, per raggiungere una buona efficienza del piumaggio, per partire nel momento atmosferico migliore, per raggiungere prima di altri le zone di alimentazione lungo il tragitto. Per questo appena è possibile gli uccelli partono. Addirittura i maschi di alcune specie, una volta espletata la loro funzione di riproduttori, se ne vanno senza aspettare le femmine o i giovani. Uno dei migratori più precoci è per esempio il Cuculo, che non ha bisogno di impiegare tempo nell'allevamento della prole, lasciata in eredità alle specie parassitate. Le strategie migratorie sono comunque molto ampie e diversificate e si può dire che quasi ogni specie ha messo a punto il suo modello migliore. Nella maggior parte di quelle che migrano a breve o media distanza, ad esempio, le femmine si spostano più lontano dei maschi ed i giovani più lontano degli anziani. E' il caso della Sula, di molti gabbiani o di limicoli come il Combattente, i cui maschi, più grossi di femmine e giovani, possono svernare a latitudini più alte. Tra l'altro questa soluzione permetterà ai maschi, in primavera, di giungere nelle aree di nidificazione prima delle femmine, in modo da cominciare a scegliere i territori migliori.
Il volo migratorio, anche per specie solitamente diurne, avviene nella maggior parte dei casi di notte, quando il dispendio energetico è minore e ci si può orientare con le stelle. La possibilità di percepire il campo magnetico terrestre e i riferimenti geografici appresi sono poi gli altri principali elementi che sembra consentano l'orientamento durante il volo.
I percorsi seguiti sono un misto tra quanto indotto da un istinto formatosi nel corso di migliaia di generazioni e tra quanto appreso e trasmesso con l'esperienza dagli individui più anziani. Per esempio nelle oche gli individui più esperti si danno il cambio come capi-stormo guidando il resto del gruppo. Fermo restando che non sempre la via migliore è quella più breve. 

Molti uccelli (es. rondini ed altri piccoli Passeriformi) migrano volando su un fronte allargato  ma i principali elementi del paesaggio come fiumi, montagne, coste e isole possono fungere da riferimenti influenzando la direzione di migrazione a livello locale. Ostacoli geografici (es. Alpi) possono poi far confluire gli uccelli verso territori circoscritti e comportare quindi una concentrazione temporanea, mentre solo un numero ridotto di specie (es. la Cicogna bianca o alcuni rapaci) migra in veri e propri stretti corridoi.
Per la sua posizione al centro del bacino Mediterraneo e per la particolare conformazione, l'Italia costituisce un vero e proprio ponte tra l'Europa e l'Africa, attraversato due volte all'anno da un incessante flusso di centinaia di milioni di uccelli.
Naturalmente per i migratori il viaggio non è facile. Sebbene la mortalità naturale legata allo stress migratorio, contrariamente a quanto normalmente si crede, sia in genere piuttosto bassa, il calo che si sta osservando negli ultimi anni di molte popolazioni di uccelli migratori sembra essere piuttosto legato a cause antropiche, come le profonde modifiche ambientali nelle zone di svernamento, in quelle di transito e nei siti riproduttivi. Il bracconaggio è un altro fattore di impatto importante, soprattutto nei paesi mediterranei. In Italia zone come le prealpi bresciane e bergamasche, le isole pontine e quelle del golfo di Napoli o, ancora almeno in parte, lo Stretto di Messina, sono terreno minato per ogni volatile di passaggio contrariamente alle leggi nazionali e comunitarie. In particolare viene violata la fondamentale Direttiva “Uccelli” n.409/79/CEE, che tutela l'avifauna europea.

Grazie per aver visitato anche oggi il nostro blog!
Eleonora


domenica 7 novembre 2010

Il Cinghiale

Visto che Ivano ha rammentato i cinghiali, molto diffusi nella nostra zona, ecco alcune informazioni!

 Il cinghiale è molto diffuso in Toscana ed in tutto il centro sud. La macchia mediterranea, i boschi di pianura, le zone umide con corsi d'acqua o paludi sono il suo habitat naturale. I cinghiali attualmente presenti in Toscana sono il frutto di incroci con i cinghiali provenienti dall'Europa orientale (più prolifici e di dimensioni più grandi) introdotti in Italia a scopo venatorio.
Dalla forma massiccia con il suo corpo robusto e tozzo, ricoperto da un mantello formato da pelo ispido e lunghe setole rigide, il cinghiale è riconoscibile per la sua testa molto allungata con il muso dal caratteristico grifo. I canini sono molto sviluppati e formano le cosiddette zanne che raggiungono i 15 cm di lunghezza.
Il Cinghiale è un animale onnivoro e la sua alimentazione varia dai bulbi, tuberi, radici, ghiande, grano, mais alle uova, nidiacei di uccelli, anfibi, rettili e piccoli roditori. Caccia in prevalenza al tramonto o di notte mentre nelle ore diurne si rifugia nel fitto sottobosco.
Il periodo riproduttivo va da novembre a febbraio/marzo, la gestazione dura circa 4 mesi. Il numero dei piccoli è in media di 5-6. Il periodo di allattamento dei cuccioli è di circa 2-3 mesi, ma già al termine dei primo mese i piccoli di cinghiale iniziano a pascolare e grufolare sul terreno. Fino ai sei mesi i piccoli di cinghiale hanno il mantello striato, la maturità sessuale viene raggiunta a 10-16 mesi.La vita media del cinghiale è di 15-20 anni.

lunedì 1 novembre 2010

Pipistrelli

 Visto che l'articolo di ieri sembra essere stato gradito, oggi vi offriamo un altro piccolo scritto in tema "Halloween". Un animaletto innocuo ma spesso temuto, bistrattato e ucciso per sciocche superstizioni e paure del tutto infondate è il pipistrello.
La parola "pipistrello" deriva dal latino "vespertilio" e significa "animale vespertino", visto che la parola "vesper" indica proprio "la sera". I pipistrelli infatti sono piccoli mammiferi (allattano i propri cuccioli), ricoperti da una sottile peluria, che durante il giorno riposano nascosti in cavità buie (nelle fessure dei muri, tra i rami degli alberi ecc.) mentre la notte si muovono per procurarsi il cibo.
I pipistrelli hanno occhi piccoli e vista molto limitata ma udito assai sviluppato. Invece di camminare o correre volano grazie ad una membrana che ricopre le loro zampette anteriori e funziona da ala. Mentre volano, i pipistrelli emettono ultrasuoni che, rimbalzando contro gli oggetti, producono un'eco che permette a questi animali di individuare gli ostacoli.
Esistono molte specie di pipistrelli. Le più comuni si nutrono di insetti, altre di frutta, polline o nettare, altre ancora di animali di taglia molto piccola (come rane o pesci). Esistono tre specie, presenti soltanto nel Centro e nel Sud America, che leccano il sangue dalle ferite di altri animali (e da qui deriva la leggenda che vuole Dracula un pipistrello). I pipistrelli italiani si nutrono esclusivamente di insetti nocivi per l'uomo: un pipistrello in una sola notte può mangiare anche 2000 zanzare!
In seguito alle notevoli difficoltà incontrate dai pipistrelli, che, soprattutto per la mancanza di rifugi negli edifici moderni e per la distruzione del loro ambiente naturale (a partire dalle loro prede), sono una specie a rischio di estinzione, s'è reso necessario un programma europeo (BAT) per la loro salvaguardia.
Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze (ma non solo) sta promuovendo la diffusione di rifugi artificiali (casette di legno simili a quelle predisposte talvolta per gli uccelli) per aumentare il numero dei pipistrelli e ridurre le zanzare in città senza insetticidi tossici.

Vi forniamo molto volentieri il link al progetto bat box dell'Università:

BAT BOX

Grazie per averci letto anche oggi! Se vi va, commentate: ci fa piacere sapere se gli articoli vi sono piaciuti o conoscere i vostri pareri sui temi che proponiamo. E se avete qualche curiosità, scrivete alla nostra casella postale (trovate l'indirizzo tra i contatti) e cercheremo di scrivere in tempi ragionevoli articoli che soddisfino le vostre domande!
A presto!
Cristina, Sergio e Eleonora

venerdì 1 ottobre 2010

LA NUTRIA: perché non bisogna averne paura

Con il preziosissimo contributo della Sig.ra Mariangela Corrieri, Responsabile del settore LAV di Firenze, vi regaliamo questa mattina un dettagliato articolo, dal taglio molto scientifico, riguardo a questo piccolo abitante del nostro fiume, troppo spesso considerato soltanto un grosso topo (da cui invece la nutria è molto diversa) e guardato con ribrezzo.

 La nutria è un animale originario del Sud America introdotto in Italia (provincia di Alessandria) nel 1921 per l’industria della pelliccia (castorino). Al crollo del mercato, negli anni ’80, è stata liberata sugli argini dei fiumi per evitare il costoso smaltimento delle carcasse.

La nutria è un roditore dall’indole  così docile da essere diventato, negli Stati Uniti, un normale animale da compagnia.

 Il presupposto serbatoio epidemico delle nutrie è risibile rispetto ad altre specie animali: non esistono per il momento casi documentati di malattie trasmesse dalla nutria all’uomo o agli animali domestici.
Si incolpa la Nutria di provocare danni alla stabilità degli argini per la sua attività di scavo delle tane ma questi animali non scavano tane profonde: le coppie scavano tane lunghe circa 1 mt e larghe 60 cm., le femmine circa 2 mt con l’entrata a pelo d’acqua.
I continui scavi lungo le sponde dei corsi d’acqua sono motivati dal fatto che gli animali vengono continuamente scacciati. Le tane scavate negli argini possono creare dissesti solo quando è stata rimossa dall’Uomo la vegetazione arborea sovrastante.

La nutria è specie fortemente acquatica.
I danni da essa provocati all’agricoltura possono essere soltanto marginali perché la nutria non pascola lontano dall’acqua e non si addentra mai nei campi coltivati per molti metri (5-10 metri dal lato a contatto con l’acqua), soprattutto d’inverno e quando le sponde sono spoglie.

La nutria ha occupato il posto lasciato vuoto da altri animali e non interferisce con l’ecosistema della nostra campagna perché non vi ha concorrenti.

Tutte le ricerche relative al comportamento della nutria hanno rivelato che il disturbo arrecato da questo animale agli uccelli presenti dell’ambiente è insignificante e di gran lunga inferiore a quello arrecato da agricoltori, cacciatori, pescatori e  gitanti.

Nonostante quanto sopra evidenziato, si continua a ripetere pubblicamente che le nutrie siano i maggiori responsabili della diffusione della leptospirosi e della rabbia. Si dice che scavino tane profonde  creando pericolose vie, si incolpano di esondazioni.
Si dice che si alimentino di carogne, pesci, invertebrati, uova e attacchino i nidi di uccelli.
Si chiede l’eradicazione pur sapendo che è impossibile.
Da molti anni si investono risorse senza raggiungere lo scopo.
I danni eventuali non sono stimati correttamente e spesso non trovano riscontro sul campo.

La legge 157/92 che regola le specie animali in “stato di naturale liberta”, inserisce la nutria naturalizzata nella fauna selvatica italiana. La stessa legge la esclude dalle specie cacciabili e, pur ammettendone il controllo numerico per motivi particolari, impone che questo venga di norma effettuato con metodi ecologici.